Agriturismo Maneggio Tupei

by admin on 03/11/2014

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Una bianca, semplice e luminosa costruzione, messa lì, al vertice delle linee dolci e ondulate delle colline di Tupei è la struttura destinata ad ospitare quanti hanno la fortuna di scoprire questo agriturismo gestito da Silvana e Michele Puxeddu. Il maneggio; la lineare struttura per l’accoglienza; la cucina ricca, varia e genuina; la sensibile semplicità dei gesti dei proprietari sono tutti elementi che fanno sentire l’ospite protetto e completo. Qui non si sente il bisogno di dover aggiungere altro alla propria vita. Silvana e Michele vivono in totale armonia con questo ambiente naturale unico e il loro stile di vita così sobrio e raffinato viene trasferito semplicemente all’ospite attraverso gesti che esprimono attenzione, cura e generosa offerta di benessere in fusione con la salute del luogo e della loro cucina.

Siamo nell’isola di Sant’Antioco, nelle campagne di Calasetta, la bianca città adagiata sull’ultima scarpata lungo l’estremo pendio a nord-ovest, tra spiagge di bianca sabbia e scogli di pietra vulcanica rossa…e il mare…” Cala di Seta”… è l’antico nome di Calasetta, dove in passato era praticata, come in gran parte dell’isola, la lavorazione del bisso, una sorta di seta naturale marina ottenuta da un filamento secreto da un particolare mollusco, la “Pinna Nobilis“.

L’agriturismo e il maneggio Tupei si trova, come Calasetta, nell’estremità nord-occidentale dell’isola di Sant’Antioco, a circa 2 km dalla città, in posizione dominante, a 1.200 metri dal mare. Dall’azienda, la vista spazia sullo spettacolare sistema di sinuosi pendii collinari, quasi un anfiteatro ideato dalla natura per mostrare le proprie creature: la terra, la macchia mediterranea e il mare…il mare per ogni dove, sullo sfondo: un microcosmo perfetto in un micro-continente! 

Tale appare l’isola di Sant’Antioco, separata dall’isola madre, fatta eccezione per lo stretto istmo che ad essa la unisce,  e originale, rispetto al “Continente Sardegna”. 

Riferendoci alle due isole, dobbiamo parlare di continenti, infatti, essendo entrambe costituite da territori molto complessi e articolati; da sistemi orografici distanti tra di loro, sia per le  ere geologiche a cui risalgono che per l’eterogeneità dei componenti, così come, complesse e variamente intrecciate tra di loro sono le storie e le culture delle comunità sorte dalla fusione tra le differenti etnie che li abitano.

Continenti abitati da una civiltà preistorica, quella prenuragica e nuragica, straordinariamente avanzate, che evidentemente avevano stabilito delle relazioni commerciali e politico-culturali con altre civiltà mediterranee organizzate ed evolute nei traffici e nei commerci marittimi, nelle tecniche di coltivazione, nelle molteplici forme artistiche e artigianali; culture diverse e differenti lingue scritte: dai micenei ai greci, dai fenici ai punici, dalle comunità provenienti dall’Africa ai romani e dai bizantini agli ebrei, infine, in questi ultimi secoli, da gruppi di altri italiani provenienti dalle regioni della Liguria e del Piemonte.

Tante diverse etnie che si sono saldamente intrecciate grazie, evidentemente, a una politica dell’ospitalità che ha permesso di filtrare gli elementi antitetici ed esaltare gli aspetti necessari allo sviluppo delle comunità. 

Che anche nella preistoria, il territorio fosse fittamente popolato e antropizzato è dimostrato dai numerosi betili antropomorfi, espressione del culto della dea madre e del dio padre, ritrovati nell’isola. Culto che sarebbe poi sopravvissuto, anche nella cultura nuragica. Tra il 1500 e il VII/V sec. a.C. nell’isola di Sant’Antioco vengono edificate decine e decine di nuraghi.

Sono infatti almeno 30 i nuraghi riconoscibili, ma diverse altre decine aspettano di essere censite.

Torri e mura megalitiche edificate, ora sui rilievi costieri  posti in prossimità dei porti, a controllo del traffico marittimo, ora sui rilievi collinari interni a guardia delle terre più fertili.

Così, la struttura dell’agriturismo Tupei, munita di torre cilindrica, collocata al vertice del sistema collinare su cui si trova l’azienda, controlla le terre fertili che si espandono dalla cima ai pendii dei rilievi che via via degradano verso il mare. L’azienda è stata acquistata negli anni ’90 da Michele e Silvana che fino ad allora si occupavano di tutt’altro: lui allestitore di controsoffittature e di strutture di arredamento parietale e lei grafica pubblicitaria. L’agriturismo e il maneggio nascono per una repentino quanto profondamente motivato cambiamento di vita. Michele e Silvana hanno fatto una scelta, una scelta dovuta alla tradizione e alla storia delle tante comunità che hanno fatto del valore della ospitalità, filosofia di vita e legge sociale.

La loro azienda è condotta essenzialmente in direzione della realizzazione di questa filosofia che permea la loro vita, il loro modo di essere e di produrre.

Entriamo in questo loro micro-cosmo passando vicino al maneggio: sono i cavalli per primi a darci il benvenuto. Passiamo davanti alle loro scuderie dove si sente solo l’eco dei loro nitriti, perché i cavalli sono là, fuori, in libertà…ci guardano da lontano con espressioni interessate e benevoli e poi si accostano alla staccionata per guardarci da vicino, ci salutano a loro modo, avvicinando e scuotendo le loro nobili teste dai grandi sguardi umidi rivolti verso i nuovi arrivati…e poi, ecco, anche diversi gatti e il cane, tutti insieme ci vengono incontro, come se ci conoscessero già…ma ecco anche Michele e Silvana. Loro sono l’anima del territorio e i genitori di questa grande famiglia.

Ci hanno accolto con gli occhi e con i gesti di sempre, quelli che non tardano a diventarti familiari, grazie alla loro autenticità. Ci sentiamo immediatamente a casa…siamo accettati, senza condizioni.

Ci accompagnano in visita all’azienda per scoprire ancora gli altri animali: un piccolo gregge di capre, altri animali di piccola taglia, e poi le terre coltivate… L’azienda comprende oliveti, vigneti, colture di ortaggi, piante da frutta e tutto ciò che è necessario per l’agriturismo. Il sistema di coltivazione è rigorosamente biologico e, in prospettiva, ma già da oggi, Silvana e Michele sono orientati verso una scelta coraggiosa, così ci sembrerebbe, ma per loro è un modo di essere innato e legato al destino della stessa azienda e all’evoluzione naturale della loro vita.

Siamo in una dimensione di altissima qualità, dal punto di vista umano, geografico, geologico ed ecologico. La terra e l’aria sono incontaminate, i terreni sono a coltivazione biologica.

Per comprendere lo spirito e l’atmosfera che si vive nell’azienda agrituristica Tupei non si può fare a meno di ritornare alla storia e alla natura del territorio, di questo micro-continente in cui solo negli anni ’90, Michele e Silvana Puxeddu hanno intrapreso la loro vita in simbiosi con la terra e con il mare, immersi nella magia di questo luogo incantato.

Infatti, conoscendo il cammino delle comunità che li hanno preceduti su questa pezzo di “Terra di mare” e leggendo la storia delle popolazioni che pur nella simbiosi hanno miracolosamente conservato le loro identità esaltandone le differenze culturali, si comprende l’origine della grande volontà  delle donne e degli uomini che qui abitano, di inventarsi sistemi di vita e di produttività con la semplice, sicura pervicacia di chi è dalla parte della ragione e di chi ha piena coscienza del proprio peso nella storia degli incontri umani e nello sviluppo dell’economia.

Non stupisce che nei successivi passaggi evolutivi del sistema produttivo e del modus vivendi, gli uomini e le donne di questo territorio, oggi come ieri, di fronte ai tentativi del sistema economico “altro”, esterno, lontano ed estraneo, globalizzante e incontrastato, lottino per conservare una profonda, intelligente e propria lungimiranza.

Silvana e Michele partecipano ad un intelligente progetto che li pone in grado di provare a vincere la grande partita contro l’incontrastato dominio sull’agricoltura da parte delle multinazionali del seme. Il sistema globale tende ad annullare le differenze tra i prodotti locali, immettendo nel mercato e imponendo ai custodi legittimi della terra,  sementi risultanti da manipolazioni, che richiedono e producono, a loro volta, dei terreni biologicamente modificati, trattati con le sostanze chimiche prodotte da altre multinazionali che ne esigono la vendita e il consumo insensato.

E’ un tema di grande attualità quello di restituire all’agricoltore e al terreno, che sono i legittimi proprietari, il controllo dei semi che devono rispettivamente custodire e nutrire, far crescere e raccogliere.

Così, oggi, insieme a noi , qui all’azienda sono presenti le donne forti e coraggiose dell’’Ente regionale “Laore” e delle associazioni onlus di Carbonia “Domusamigas”, venute qui per avviare questo progetto. Mentre andiamo alla scoperta di un’aia comunale che si trova all’interno della loro azienda, spiegano che Michele e Silvana hanno scelto di entrare dentro questa logica e realizzare nella loro azienda una parte di un piano di “ miglioramento genetico evolutivo partecipato” del seme elaborato dal ben conosciuto professore Salvatore Ceccarelli, allo scopo di riportare il controllo dei semi nelle mani degli agricoltori, salvaguardando i grani locali e le biodiversità.

Ci sembra di non aver fatto molto per meritare questo privilegio, eppure siamo qui, presenti a questa coincidenza incredibile. E’ proprio su questi terreni che prende l’avvio di questo progetto. Michele arriva con tutta l’attrezzature necessaria per squadrare il suolo già pronto in quaranta rettangoli che saranno destinati ad accogliere 17 tipi di semi rudi diversi, semi locali e tra questi vi sono anche 2 tipi di semi ibridi. Partecipiamo al reale disegno di parcellizzazione necessaria per  seminare i rispettivi semi, ognuno nella propria parcella, che noi definiamo con la calce bianca,  dopo la precisa squadratura fatta da Michele.

L’azione alla quale l’azienda Tupei partecipa è rivolta al raggiungimento di diversi obiettivi:

  • Riscoprire le potenzialità evolutive dei semi locali.
  • Riportare la riproduzione dei semi e la selezione nelle mani dei contadini.
  • Apprendere nuove tecniche per aumentare la biodiversità senza input chimici.
  • Promuovere e facilitare la collaborazione tra istituti di ricerca e contadini.
  • Selezionare quel seme che sarà più adatto a vivere in questo tipo di terreno.
  • Riprodurre e migliorare antiche varietà aumentando biodiversità, autonomia e salute.

La notorietà del professore Ceccarelli è legata anche alla filosofia attraverso la quale conduce i suoi programmi di miglioramento genetico. Il suo metodo infatti, è noto per essere partecipativo perché condotto in collaborazione con i contadini locali che seminano e scelgono assieme allo scienziato come indirizzare la ricerca. Il suo contributo ha dato risultati anche sul piano della salvaguardia della biodiversità e dell’aumento delle produzioni alimentari in zone marginali…

Da lui possiamo apprendere che …“Il seme è il fondamento della vita, del cibo, dell’agricoltura. Eppure i contadini, che per tutta la storia sono stati gli artefici del miglioramento e della moltiplicazione dei semi, sono stati, in fretta, esclusi dalla produzione dei semi…e l’esclusione ha lasciato tutti più poveri: i contadini stessi. i sistemi conoscitivi e di ricerca, i nostri regimi alimentari e la ricca biodiversità della terra. …Dobbiamo riportare i contadini a coltivare le varietà per la biodiversità, per loro stessi, per la sicurezza alimentare, per il futuro”.

Grazie all’accoglienza e alla sobria generosità di Silvana e Michele Puxeddu, abbiamo potuto partecipare ad uno dei tanti significativi momenti del loro lavoro e abbiamo condiviso un importantissimo aspetto della loro vita.

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Nelle distese pianeggianti di Barega, in Comune di Carbonia, abbiamo rilevato la costante e diffusa presenza di gruppi e di singoli che hanno stabilito qui il loro centro di produzione, per meglio dire, è qui che profondono le loro energie produttive, il loro ingegno economico e la loro socialità, dispiegandoli in una molteplicità di direzioni: agricoltura, allevamento, agriturismo, trasformazione dei prodotti, vendita etc…

Una certa multi- direzionalità delle imprese agricole e una straordinaria vitalità sociale e organizzativa.

Questo è anche il caso di Antorio Cadeddu che, attingendo evidentemente alla storia familiare, alla vocazione e alle caratteristiche del territorio e alle tradizioni locali, ha impiantato una grande varietà di ortaggi in serra e a cielo aperto, dedicandosi anche all’allevamento. Possiede infatti un gregge di pecore.

Inoltre ha dedicato tutta la sua vita alla raccolta conservazione e catalogazione di un numero incredibile di attrezzi, oggetti e utensili utilizzati in passato per la coltivazione e per la trasformazione dei prodotti agricoli nonché per una serie indefinibile di attività artigianali tipiche della zona.

Ma la sua azienda è sicuramente anche un centro di ritrovo e di aggregazione sociale, un plesso vitale del tessuto umano di questo territorio.

Antonio ha un legame profondo con la sua terra, ma appare evidente che si sente molto attaccato al suo gregge. Si definisce pastore, più che agricoltore e sembra chiaro, dalle sue parole, che non si staccherà da nessuna delle due attività, ma soprattutto non pensa assolutamente di abbandonare i suoi animali.

A descriverlo così si potrebbe immaginare un uomo provato dal lavoro intenso e prolungato, da una vita in solitudine, un’immagine di uomo saldamente ancorato alle proprie convinzioni e concentrato solo sul lavoro. Sì, certo, il suo lavoro è pesante e duro, ma intorno a lui c’è un universo di amici e la sua socialità è solida e costruttiva. E’ un uomo felice e intelligentemente aperto ai contatti umani, molto originale nel suo modo di relazionarsi alle persone, come alle sue attività lavorative. Molto efficace, piacevole e quasi allegra la sua conversazione. Parla delle sue piantagioni in serra e a cielo aperto, sotto tunnel , e delle difficoltà che ha incontrato nella coltivazione dei fagiolini, per esempio, con una competenza ed una proprietà lessicale che stupisce.

Entriamo nella serra dove Antonio ha la coltura dei fagiolini. Ci spiega semplicemente che tutta questa piantagione non arriverà alla fase finale, ma sarà eliminata e che tutto il lavoro fatto è stato inutile. Tutto da rifare. Dovrà estirpare le piante, preparare di nuovo il suolo, risistemare l’impianto di irrigazione, e quindi rimettere a dimora, ad una ad una, le nuove piantine. Il problema che ha vanificato tutto il suo lavoro è stato il clima troppo caldo che ha prodotto un rapidissimo sviluppo dei ceppi nati dalla pianta madre. Quindi non è stato possibile procedere immediatamente alla cimatura dei rami che allungandosi esageratamente si sono ripiegati al suolo e si sono irrimediabilmente rovinati ingiallendo e perdendo vitalità.

Tutto questo non sembra minimamente turbarlo, si capisce che eventi del genere sono già stati messi in conto in questo lavoro e non c’è altro da fare se non accettare questi eventi, tanto imprevisti quanto frequenti , superandoli con decisione e prontezza: lavorando. Non c’è da stare troppo tempo a pensare, bisogna solo fare.

La sua azienda è molto estesa e ci sono diversi ettari di terreno chiusi in serre dove coltiva vari ortaggi, oltre ai fagiolini, ci sono tre piantagioni di pomodori di 3 tipi diversi: ciliegini, grappolato rosso, il pomodoro da insalata rotondo. Il pomodoro è una pianta che dà grosse soddisfazioni anche se bisogna tenerla costantemente sotto controllo, spiega Antonio, poiché in determinate condizioni ambientali e a seconda della varietà, è soggetta all’attacco di diversi tipi di malattie e parassiti.

Antonio parla con grande competenza e sicurezza delle caratteristiche delle singole piante delle sue piantagioni di fagiolini, pomodori, zucchine, zucche etc…La zucca è una pianta che si sviluppa anche a cielo aperto senza riportare danni di sorta, si tratta infatti, di una pianta molto resistente al calore, con un alto potenziale di assorbimento degli elementi nutritivi dal suolo, come azoto, fosforo e potassio. Spiega i diversi aspetti della vita delle piante e delle rispettive caratteristiche con dovizia di dettagli e con l’uso di una terminologia molto propria, anche rapportando i loro caratteri agli aspetti delle attenzioni necessarie nella profilassi e la cura di determinate patologie. L’attenzione ai parassiti e ai sintomi di eventuali patologie dev’essere continua perché per tutto l’arco della vita, la pianta può essere attaccata da insetti e può contrarre varie forme di malattia a carattere epidemico. Per questi motivi è di fondamentale importanza coltivare varietà di piante adatte al tipo di ambiente. Per esempio, per assicurarsi che le piante di pomodoro crescano sane è importante effettuare dei controlli sistematici su tutta la parte aerea, quindi soprattutto sulle foglie, per intervenire tempestivamente alla comparsa dei primi sintomi delle malattie ed evitare che le stesse si diffondano prima a quelle vicine e poi anche ad altre piante presenti nell’orto.

Ci spiega quali sono le principali patologie delle piante e puntualizza che l’unico modo di prevenire le malattie è l’assidua e protratta attenzione ai sintomi da effettuare durante tutto il periodo della loro vita.

Uno dei parassiti più frequenti è la “farfallina bianca” o Aleurodide . Gli aleurodidi sono insetti con un apparato succhiante e per questa ragione possono propagare anche virus e batteri.

Questi parassiti producono molta melata che riempie le foglie e su cui si possono sviluppare delle fumaggini. Altre sono poi le malattie fungine, la cui possibile precoce individuazione passa sempre attraverso un attento controllo delle foglie.

Sembra quasi che Antonio riservi alle piante le stesse cure che sicuramente presta ai suoi animali dai quali non si staccherà mai. E’ evidentemente un agricoltore- allevatore molto appassionato, ma è altrettanto manifesta la sua vena creativa.

Poco lontano dalle serre ha costruito una capanna di enormi dimensioni , secondo la tecnica antica adottata dai pastori, con pali di legno infissi al suolo sui quali si intrecciano le frasche e, a con gli stessi materiali e la stessa tecnica, la copertura consiste in una struttura di travi di legno ricoperte con frasche.

Ma all’interno troviamo la straordinaria raccolta di oggetti utilizzati nelle campagne per la coltivazione e la trasformazione dei prodotti e una infinità di utensili e oggetti che, fino agli anni ‘50/’60, venivano utilizzati in attività artigianali di ogni genere.

L’aroma del caffè riempie l’aria di questo speciale museo etnografico dove la moglie di Antonio ha già provveduto a preparare per noi e per tutti gli amici venuti a trovarli, la calda bevanda. Se ci lasciassimo trascinare dalla curiosità che ci assale, di osservare attrezzo per attrezzo, facendoci raccontare le rispettive utilizzazioni, da Antonio, o se ascoltassimo il nostro desiderio di farci prendere da questo clima di accoglienza e spontanea comunicazione, staremo dentro questa capanna per molte ore, ma dobbiamo andare e con rammarico salutiamo i due coniugi che continuano la loro conversazione circondati dagli amici.

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